Franco Fabrizi, Vitellone

I Vitelloni, con Franco Fabrizi

I Vitelloni, con Franco Fabrizi

“ITALIANI ALLO SPECCHIO” di GEMINELLO ALVI
Franco Fabrizi, il «vitellone» venuto dalla campagna

Figlio della cassiera del cinema di Cortemaggiore, fu scritturato da Fellini. Sfilava la sera in via Veneto vestito all’ americana. Incarnò il vizio nazionale, rincorrere desideri vani
In Italia prospera, nella sua nazione ideale, un certo carattere occupato in vani desideri, per lo più fantasie di donne o di denari da raccontare, stanco ancor prima di fare, disdegnato ma piagnucoloso sovente bugiardo. E’ la bonaria incarnazione che diamo all’ immorale, che infine ci pare anzitutto un viziato dalla madre. Come appariva nel 1953 nel teatro di posa di via degli Avignonesi un giovanottone biondaceo, con le labbra pendule e le narici risentite, che recitava la sufficienza di chi anzitutto non intendesse farsi prendere in giro. Era il provino in cui Fellini trovò l’ attore ideale dei Vitelloni: Franco Fabrizi. «E’ un boy in una compagnia di riviste, e un regista amico mio, Oreste Palella, gli ha fatto fare un contadino con una gran parrucca bionda. Forse come contadino lascia qualche dubbio, ma potrebbe essere un buon Fausto». Così lo scritturò. E il vitellone Fausto che corteggia con sguardi di fotoromanzo la padrona, viene licenziato, rincorre la moglie bambina per finire punito e redento a cinghiate dal padre, trovò se stesso. Prese da Fabrizi la voglia infantile di panini imbottiti nei momenti più inopportuni, i piagnistei imbronciati per farsi perdonare le malefatte, il gran talento di ballerino, soprattutto i vani desideri. Fabrizi era figlio di un barbiere di Cortemaggiore e di una cassiera di cinema a cui nacque il 15 febbraio 1916, ma già nel provino dei Vitelloni si calava dieci anni. Conobbe i sogni di campagna di quella pianura, e le bravate, i sonni improvvisi, e desiderò le cravatte che non poteva permettersi. Eppure benissimo vestito arrivò a Milano dove si confuse tanto da dimenticare gli umili ma di bella presenza, mestieri che fece; ed anche il militare. Addirittura nel dopoguerra tornò a mostrarsi a Cortemaggiore dicendosi finalmente attore di fotoromanzi e indossatore. Un po’ minimizzando, perché era proprio vero. Biasimava certo i colleghi dal comportamento «sessualmente ambiguo» come li chiamava. Nel 1948 fu con Walter Chiari, con la compagnia della Pampanini, quindi esordì nel cinema come generico di scarso rilievo. Ma era attratto dai vani desideri più potenti di quegli anni, quindi da via Veneto dove sfilava la sera, ben vestito all’ americana per farsi vedere e per finta distratto sentire le mogli degli altri dire di lui: «guarda che bell’ uomo». Ma restava furbo di campagna, e al teatro degli Avignonesi si era addirittura arrampicato fino a una finestrella e attraverso un bagno aveva assistito a tutti i provini, tanto da credere di capire quello che si voleva per il suo film. Fellini lo scritturò per la bella cifra di ottocento mila lire d’ allora. In fondo perché? Per bighellonare nell’ amata e odiata identica provincia. Nel 1955 fu l’ autista Roberto, uno dei tre truffatori di Il bidone; ma un attrezzo da luna park mal manovrato lo sparò fuori. Cadde in un prato, minimizzando zoppicò per settimane. Ma furono quelli gli anni più felici: lui e quella sua aria di gagà, seduttore a tempo pieno, sorridente mentre salutava da auto sportive, al fianco ragazze vistose. Gettò Cabiria nel Tevere nel 1957. Era ormai divenuto l’ antipatico più riprovevole di quello che era. Perciò fu perfetto anche in Un maledetto imbroglio di Germi. Da equivoco medico Valdarena esibì cipiglio drammatico levitato dalla strafottenza naturale, una dote molto ben compresa dal duro commissario Ingravallo che lo schiaffeggiava violentemente. E del resto era quello che s’ attendeva il pubblico. Pure quello del boom, quando Risi lo mise accanto a Sordi in Una vita difficile per recitare la parte del compagno Simonini, non più tale, e che si adatta, perciò da esecrare. Eppure nel Fabrizi di quel film c’ era una così grande morbidezza che evolveva in umanissima complice comprensione, per la follia dell’ amico estremista. Un desiderio di proteggerlo sempre, che fuggisse per sposarsi nel film la Massari o restasse senza soldi. A lui certo i macchinoni e le ragazze da esibire, e la parte dell’ ipocrita; però via via una più grande compassione degli altri, e di sé. C’ era in lui quella padana sollecitudine, come un pentirsi nel malfare, del greve contadino che deve radunare di che mangiare, non solo per sé. Ma al cinema questa sua pacificatrice inclinazione provvidente non interessava. Dovette ritornare a qualcuno dei giovanili espedienti. Del resto, essendo l’ archetipo perfetto di un vizio nazionale, più di tanto e soprattutto a fondo non poteva essere esibito. Fu il barbiere in Morte a Venezia 1971 con Visconti, col quale aveva già lavorato nel dopoguerra. E nel 1985 riuscì a ritornare con Fellini, conduttore televisivo in Ginger e Fred. Invecchiò, togliendosi decenni, e coltivando i vezzi del divo molto appagato che non era, pavoneggiandosi, come riesce a chi ha peccato ed è stato molto ammirato. Morì il 18 ottobre del 1995, non privo di vani desideri. Quegli stessi che prosperano sempre in Italia, e che Astolfo ritrovò nella valle della luna perduti assieme con le «Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’ inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ ozio lungo d’ uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti»; Ariosto, Orlando Furioso, canto XXXIV, 75.

Alvi Geminello
Pagina 39
(11 settembre 2003) – Corriere della Sera

“ITALIANI ALLO SPECCHIO” di GEMINELLO ALVI
Franco Fabrizi, il «vitellone» venuto dalla campagna
Figlio della cassiera del cinema di Cortemaggiore, fu scritturato da Fellini. Sfilava la sera in via Veneto vestito all’ americana. Incarnò il vizio nazionale, rincorrere desideri vani
In Italia prospera, nella sua nazione ideale, un certo carattere occupato in vani desideri, per lo più fantasie di donne o di denari da raccontare, stanco ancor prima di fare, disdegnato ma piagnucoloso sovente bugiardo. E’ la bonaria incarnazione che diamo all’ immorale, che infine ci pare anzitutto un viziato dalla madre. Come appariva nel 1953 nel teatro di posa di via degli Avignonesi un giovanottone biondaceo, con le labbra pendule e le narici risentite, che recitava la sufficienza di chi anzitutto non intendesse farsi prendere in giro. Era il provino in cui Fellini trovò l’ attore ideale dei Vitelloni: Franco Fabrizi. «E’ un boy in una compagnia di riviste, e un regista amico mio, Oreste Palella, gli ha fatto fare un contadino con una gran parrucca bionda. Forse come contadino lascia qualche dubbio, ma potrebbe essere un buon Fausto». Così lo scritturò. E il vitellone Fausto che corteggia con sguardi di fotoromanzo la padrona, viene licenziato, rincorre la moglie bambina per finire punito e redento a cinghiate dal padre, trovò se stesso. Prese da Fabrizi la voglia infantile di panini imbottiti nei momenti più inopportuni, i piagnistei imbronciati per farsi perdonare le malefatte, il gran talento di ballerino, soprattutto i vani desideri. Fabrizi era figlio di un barbiere di Cortemaggiore e di una cassiera di cinema a cui nacque il 15 febbraio 1916, ma già nel provino dei Vitelloni si calava dieci anni. Conobbe i sogni di campagna di quella pianura, e le bravate, i sonni improvvisi, e desiderò le cravatte che non poteva permettersi. Eppure benissimo vestito arrivò a Milano dove si confuse tanto da dimenticare gli umili ma di bella presenza, mestieri che fece; ed anche il militare. Addirittura nel dopoguerra tornò a mostrarsi a Cortemaggiore dicendosi finalmente attore di fotoromanzi e indossatore. Un po’ minimizzando, perché era proprio vero. Biasimava certo i colleghi dal comportamento «sessualmente ambiguo» come li chiamava. Nel 1948 fu con Walter Chiari, con la compagnia della Pampanini, quindi esordì nel cinema come generico di scarso rilievo. Ma era attratto dai vani desideri più potenti di quegli anni, quindi da via Veneto dove sfilava la sera, ben vestito all’ americana per farsi vedere e per finta distratto sentire le mogli degli altri dire di lui: «guarda che bell’ uomo». Ma restava furbo di campagna, e al teatro degli Avignonesi si era addirittura arrampicato fino a una finestrella e attraverso un bagno aveva assistito a tutti i provini, tanto da credere di capire quello che si voleva per il suo film. Fellini lo scritturò per la bella cifra di ottocento mila lire d’ allora. In fondo perché? Per bighellonare nell’ amata e odiata identica provincia. Nel 1955 fu l’ autista Roberto, uno dei tre truffatori di Il bidone; ma un attrezzo da luna park mal manovrato lo sparò fuori. Cadde in un prato, minimizzando zoppicò per settimane. Ma furono quelli gli anni più felici: lui e quella sua aria di gagà, seduttore a tempo pieno, sorridente mentre salutava da auto sportive, al fianco ragazze vistose. Gettò Cabiria nel Tevere nel 1957. Era ormai divenuto l’ antipatico più riprovevole di quello che era. Perciò fu perfetto anche in Un maledetto imbroglio di Germi. Da equivoco medico Valdarena esibì cipiglio drammatico levitato dalla strafottenza naturale, una dote molto ben compresa dal duro commissario Ingravallo che lo schiaffeggiava violentemente. E del resto era quello che s’ attendeva il pubblico. Pure quello del boom, quando Risi lo mise accanto a Sordi in Una vita difficile per recitare la parte del compagno Simonini, non più tale, e che si adatta, perciò da esecrare. Eppure nel Fabrizi di quel film c’ era una così grande morbidezza che evolveva in umanissima complice comprensione, per la follia dell’ amico estremista. Un desiderio di proteggerlo sempre, che fuggisse per sposarsi nel film la Massari o restasse senza soldi. A lui certo i macchinoni e le ragazze da esibire, e la parte dell’ ipocrita; però via via una più grande compassione degli altri, e di sé. C’ era in lui quella padana sollecitudine, come un pentirsi nel malfare, del greve contadino che deve radunare di che mangiare, non solo per sé. Ma al cinema questa sua pacificatrice inclinazione provvidente non interessava. Dovette ritornare a qualcuno dei giovanili espedienti. Del resto, essendo l’ archetipo perfetto di un vizio nazionale, più di tanto e soprattutto a fondo non poteva essere esibito. Fu il barbiere in Morte a Venezia 1971 con Visconti, col quale aveva già lavorato nel dopoguerra. E nel 1985 riuscì a ritornare con Fellini, conduttore televisivo in Ginger e Fred. Invecchiò, togliendosi decenni, e coltivando i vezzi del divo molto appagato che non era, pavoneggiandosi, come riesce a chi ha peccato ed è stato molto ammirato. Morì il 18 ottobre del 1995, non privo di vani desideri. Quegli stessi che prosperano sempre in Italia, e che Astolfo ritrovò nella valle della luna perduti assieme con le «Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’ inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ ozio lungo d’ uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti»; Ariosto, Orlando Furioso, canto XXXIV, 75.
Alvi Geminello
Pagina 39
(11 settembre 2003) – Corriere della Sera

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