Benvenuto Cellini e il Perseo

Benvenuto Cellini (1500-1571) scrisse l’autobiografia, conosciuta con il semplice titolo di “Vita”, in cui raccontò la propria vita straordinaria, con stile rutilante e divertentissimo. Nell’episodio che qui presentiamo, Cellini ha appena iniziato i lavori preparatori per il “Perseo”, che oggi si può ammirare in Piazza della Signoria, nella Loggia dei Lanzi) . Le cose non andavano per il verso giusto, e Benvenuto è caduto in uno stato di sconforto, somatizzato: febbre e delirio. Ecco il godibilissimo racconto dello stesso artista.

Perseo

Perseo

Perseo, part. : Testa della medusa

Perseo, part. : Testa della medusa

Libro II . Capitolo LXXVI. ( Pagine 180-182)  .
Messo che io mi fui nel letto, comandai alle mie serve che portassino in bottega da mangiare e dabbere attutti; e dicevo loro:
– Io non sarò mai vivo domattina -.
Loro mi davano pure animo, dicendomi che ‘l mio gran male si passerebbe, e che e’ mi era venuto per la troppa fatica. Cosí soprastato dua ore con questo gran combattimento di febbre; e di continuo io me la sentivo crescete, e sempre dicendo – Io mi sento morire – la mia serva, che governava tutta la casa, che aveva nome monna Fiore di Castel del Rio…
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Modellino per la testa di medusa

Modellino per la testa di medusa

…Stando in queste smisurate tribulazione, io mi veggo entrare in camera un certo omo, il quale nella sua persona ei mostrava d’essere storto come una esse maiuscola; e cominciò a dire con un certo suon di voce mesto, afflitto, come coloro che danno il commandamento dell’anima a quei che hanno a ‘ndare a giostizia, e disse:
– O Benvenuto! la vostra opera si è guasta, e non ci è piú un rimedio al mondo -.
Subito che io senti’ le parole di quello sciagurato, messi un grido tanto smisurato, che si sarebbe sentito dal cielo del fuoco; e sollevatomi del letto presi li mia panni e mi cominciai a vestire; e le serve e ‘l mio ragazzo e ognuno che mi si accostava per aiutarmi, attutti io davo o calci o pugna, e mi lamentavo dicendo:
– Ahi traditori, invidiosi! Questo si è un tradimento fatto a arte; ma io giuro per Dio che benissimo i’ lo conoscerò e innanzi che io muoia lascerò di me un tal saggio al mondo, che piú d’uno ne resterà maravigliato -.

Cosimo I de' Medici

Cosimo I de’ Medici

Essendomi finito di vestire, mi avviai con cattivo animo inverso bottega, dove io viddi tutte quelle gente, che con tanta baldanza avevo lasciate, tutti stavano attoniti e sbigottiti.
Cominciai, e dissi:
– Orsú intendetemi, e dappoi che voi non avete o saputo o voluto ubbidire al modo che io v’insegnai, ubbiditemi ora che io sono con voi alla presenza dell’opera mia; e non sia nessuno che mi si contraponga, perché questi cotai casi hanno bisogno di aiuto e non consiglio -.
A queste mie parole e’ mi rispose un certo maestro Alessandro Lastricati e disse:
-Vedete, Benvenuto, voi vi volete mettere a fare una impresa, la quale mai nollo promette l’arte, né si può fare in modo nissuno -.
A queste parole io mi volsi con tanto furore e resoluto al male, che ei e tutti gli altri, tutti a una voce dissono:
– Sú, comandate, che tutti vi aiuteremo tanto quanto voi ci potrete comandare, in quanto si potrà resistere con la vita -.
E queste amorevol parole io mi penso che ei le dicessino pensando che io dovessi poco soprastare a cascar morto. Subito andai a vedere la fornace, e viddi tutto rappreso il metallo, la qual cosa si domanda l’essersi fatto un migliaccio. Io dissi a dua manovali, che andassino al dirimpetto, in casa ‘l Capretta beccaio, per una catasta di legne di quercioli giovani, che erano secchi di piú di uno anno, le quali legne madonna Ginevra, moglie del detto Capretta, me l’aveva offerte…
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Saliera per Francesco I

Saliera per Francesco I

LXXVII.  Di poi che io ebbi dato il rimedio attutti questi gran furori, con voce grandissima dicevo ora a questo e ora a quello:
– Porta qua, leva là –
di modo che, veduto che ‘l detto migliaccio si cominciava a liquefare, tutta quella brigata con tanta voglia mi ubbidiva che ogniuno faceva per tre. Allora io feci pigliare un mezzo pane di stagno, il quale pesava in circa a 6o libbre, e lo gittai in sul migliaccio dentro alla fornace, il quale, cone gli altri aiuti e di legne e di stuzzicare or co’ ferri e or cone stanghe, in poco spazio di tempo e’ divenne liquido.  Or veduto di avere risuscitato un morto, contro al credere di tutti quegli ignoranti, e’ mi tornò tanto vigore che io non mi avvedevo se io avevo piú febbre o piú paura di morte.   Innun tratto ei si sente un romore con un lampo di fuoco grandissimo, che parve propio che una saetta si fussi creata quivi alla presenza nostra; per la quale insolita spaventosa paura ogniuno s’era sbigottito, e io piú degli altri.
Passato che fu quel grande romore e splendore, noi ci cominciammo a rivedere in viso l’un l’altro; e veduto che ‘l coperchio della fornace si era scoppiato e si era sollevato di modo che ‘l bronzo si versava, subito feci aprire le bocche della mia forma e nel medesimo tempo feci dare alle due spine.

Mercurio

Mercurio

E veduto che ‘l metallo non correva con quella prestezza ch’ei soleva fare, conosciuto che la causa forse era per essersi consumata la lega per virtú di quel terribil fuoco, io feci pigliare tutti i mia piatti e scodelle e tondi di stagno, i quali erano in circa a dugento, e a uno a uno io gli mettevo dinanzi ai mia canali, e parte ne feci gittare drento nella fornace; di modo che, veduto ogniuno che ‘l mio bronzo s’era benissimo fatto liquido, e che la mia forma si empieva, tutti animosamente e lieti mi aiutavano e ubbidivano; e io or qua e or là comandavo, aiutavo e dicevo: – O Dio, che con le tue immense virtú risuscitasti da e’ morti, e glorioso te ne salisti al cielo! –
di modo che innun tratto e’ s’empié la mia forma; per la qual cosa io m’inginochiai e con tutto ‘l cuore ne ringraziai Iddio; dipoi mi volsi a un piatto d’insalata che era quivi in sur un banchettaccio, e con grande appetito mangiai e bevvi insieme con tutta quella brigata; dipoi me n’andai nel letto sano ellieto, perché gli era due ore innanzi il giorno; e come se mai io non avessi aùto un male al mondo, cosí dolcemente mi riposavo.
Quella mia buona serva, senza che io le dicessi nulla, mi aveva provvisto d’un grasso capponcello; di modo che, quando io mi levai del letto, che era vicino all’ora del desinare, la mi si fece incontro lietamente, dicendo:
– Oh, è questo uomo quello che si sentiva morire? Io credo che quelle pugna e calci che voi davi annoi stanotte passata, quando voi eri cosí infuriato, che con quel diabolico furore che voi mostravi d’avere, quella vostra tanto smisurata febbre, forse spaventata che voi non dessi ancora allei, si cacciò a fuggire -.
E cosí tutta la mia povera famigliuola, rimossa da tanto spavento e da tante smisurate fatiche, innun tratto si mandò a ricomperare, in cambio di quei piatti e scodelle di stagno, tante stoviglie di terra, e tutti lietamente desinammo, che mai non mi ricordo in tempo di mia vita né desinare con maggior letizia né con migliore appetito.

Scudo per Francesco I

Scudo per Francesco I

Dopo ‘l desinare mi vennono a trovare tutti quegli che mi avevano aiutato, i quali lietamente si rallegravano, ringraziando Iddio di tutto quel che era occorso, e dicevano che avevano imparato e veduto fare cose, le quali era dagli altri maestri tenute impossibili. Ancora io, alquanto baldanzoso, parendomi d’essere un poco saccente, me ne gloriavo; e messomi mano alla mia borsa, tutti pagai e contentai. Quel mal uomo, nimico mio mortale, di messer Pierfrancesco Ricci, maiordomo del Duca, con gran diligenzia cercava di intendere come la cosa si era passata; di modo che quei dua, di chi io avevo aùto sospetto che mi avessino fatto fare quel migliaccio, gli dissono che io nonnero uno uomo, anzi ero uno spresso gran diavolo, perché io avevo fatto quello che l’arte nollo poteva fare; con tante altre gran cose, le quali sarieno state troppe a un diavolo. Sí come lor dicevano molto piú di quello che era seguito, forse per loro scusa, il detto maiordomo lo scrisse subito al Duca, il quale era a Pisa, ancora piú terribilmente e piene di maggior maraviglie che coloro non gli avevano detto.

Moneta celebrativa per Francesco I

Moneta celebrativa per Francesco I

 

LXXVIII.   Lasciato che io ebbi dua giorni freddare la mia gittata opera, cominciai a scoprirla pian piano; e trovai, la prima cosa, la testa della Medusa, che era venuta benissimo per virtú degli sfiatatoi, sí come io dissi al Duca che la natura del fuoco si era l’andare all’insú; di poi seguitai di scoprire il resto, e trovai l’altra testa, cioè quella del Perseo, che era venuta similmente benissimo; e questa mi dette molto piú di meraviglia, perché sí come e’ si vede, l’è piú bassa assai bene di quella della Medusa.
E perché le bocche di detta opera si erano poste nel disopra della testa del Perseo e per le spalle, io trovai che alla fine della detta testa del Perseo si era appunto finito tutto ‘l bronzo che era nella mia fornace. E fu cosa maravigliosa, che e’ non avanzò punto di bocca di getto, né manco non mancò nulla; che questo mi dette tanta maraviglia, che e’ parve propio che la fussi cosa miracolosa, veramente guidata e maneggiata da Iddio.
Tiravo felicemente innanzi di finire di scoprirla, e sempre trovavo ogni cosa venuto benissimo, in sino a tanto che e s’arivò al piede della gamba diritta che posa, dove io trovai venuto il calcagno; e andando innanzi, vedevol essere tutto pieno, di modo che io da una banda molto mi ralegravo e da un’altra parte mezzo e’ m’era discaro, solo perché io avevo detto al Duca, che e’ non poteva venire.

Elmo per Francesco I

Elmo per Francesco I

Di modo che finendolo di scoprire, trovai che le dita non erano venute, di detto piede, e non tanto le dita, ma e’ mancava sopra le dita un pochetto, attale che gli era quasi manco mezzo; e se bene e’ mi crebbe quel poco di fatica, io l’ebbi molto caro, solo per mostrare al Duca che io intendevo quello che io facevo.
E se bene gli era venuto molto piú di quel piede che io non credevo, e’ n’era stato causa che per i detti tanti diversi accidenti il metallo si era piú caldo, che non promette l’ordine dell’arte; e ancora per averlo aùto assoccorrerlo con la lega in quel modo che s’è detto, con quei piatti di stagno, cosa che mai per altri non s’è usata
Or veduta l’opera mia tanto bene venuta, subito me n’andai a Pisa a trovare il mio Duca; il quale mi fece una tanto gratissima accoglienza, quanto immaginar si possa al mondo; e il simile mi fece la Duchessa; e se bene quel lor maiordomo gli aveva avvisati del tutto, ei parve alloro Eccellenzie altra cosa piú stupenda e piú meravigliosa il sentirla contare a mme in voce; e quando io venni a quel piede del Perseo, che non era venuto, sí come io ne avevo avvisato in prima Sua Eccellenzia illustrissima, io lo viddi empiere di meraviglia, e lo contava alla Duchessa, si come io gnel’ avevo detto innanzi.
Ora veduto quei mia Signori tanto piacevoli inverso di me, allora io pregai il Duca, che mi lasciassi andare insino a Roma. Cosí benignamente mi dette licenzia, e mi disse che io tornassi presto affinire ‘l suo Perseo, e mi fece lettere di favore al suo imbasciadore, il quale era Averardo Serristori: ed erano li primi anni di papa Iulio de’ Monti.

Loggia de' Lanzi

Loggia de’ Lanzi

Lo stile di Cellini qui raggiunge le vette dell’icasticità selvaggia. Egli si serve di passaggi repentini dal linguaggio quotidiano, a quello aulico dello scultore-orafo raffinato. E’ lo stile letterario dei contrasti violenti, in cui talora  l’Autore non si cura della grammatica, né della sintassi, tanta è l’urgenza di raccontare gli accadimenti della propria vita, che lui per primo capisce essere straordinaria.
Emerge dalla sua “Vita” il carattere ribaldo e mercuriale di Cellini, facile al motteggio e anche alla rissa; umbratile e… geloso. Egli nomina spesso una certa Pentesilea, sua amante, che lo stesso Autore qualifica con il nome di …puttana. Ebbene, in maniera inopinata, Cellini si mostra geloso dei costumi non morigerati della propria druda! Insomma, un vero spasso!

La testa di medusa. Perseo

La testa di medusa. Perseo

Dulcis in fundo, ecco come Benvenuto nomina, con sovrano rispetto, il grande vecchio del tempo, Michelangelo Buonarroti:

“…E perché, quando questo giovane (Luigi Pulci, poeta e stornellatore di strada)  era in Firenze, la notte di state in alcuni luoghi della città si faceva radotti innelle proprie strade, dove questo giovane in fra i migliori si trovava a cantare allo inproviso; era tanto bello udire il suo, che il divino Michelagnolo Buonaaroti, eccellentissimo scultore e pittore, sempre che sapeva dov’egli era, con grandissimo desiderio e piacere lo andava a udire…” (Libro I. Paragrafo XXXII. Pagina 30).

Ganimede

Ganimede

* Per notizie su Benvenuto Cellini; vai ai link :
–  http://www.treccani.it/enciclopedia/benvenuto-cellini/
– http://www.treccani.it/enciclopedia/benvenuto-cellini_(Dizionario-Biografico)/
– http://www.treccani.it/enciclopedia/benvenuto-cellini_(Enciclopedia-Italiana)/

* Per il testo integrale del libro “Vita” di Benvenuto Cellini, vai al link: –  http://www.liberliber.it/libri/c/cellini/index.php.

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