Tacito é con noi (6)

Tacito è con noi (6)

    La Congiura, poi detta dei Pisoni, contro Nerone, comincia a prendere forma. Siamo nell’anno 65 d.C.E’ appena entrata in scena una strana e misteriosa donna, Epicari, che comincia a tessere la tela della congiura. Due dei centri della sollevazione sono Pozzuoli e Miseno, dove Nerone è solito trascorrere lunghi periodi di vacanze e di bagordi. Indimenticabile, anche per vigore letterario, la scena in cui il liberto Milico si presenta a Nerone e denuncia il proprio padrone Pisone.
Per gli altri articoli sull’Argomento, rimando- attraverso il link
http://www.ilgrandeinquisitore.it/2018/05/tacito-e-con-noi-5/- al precedente, e- andando a ritroso- a tutti gli altri.

Busto di Agrippina Minore

Busto di Agrippina Minore

[52] Coniuratis tamen metu proditionis permotis placitum maturare caedem apud Baias in villa Pisonis, cuius amoenitate captus Caesar crebro ventitabat balneasque et epulas inibat omissis excubiis et fortunae suae mole. sed abnuit Piso, invidiam praetendens, si sacra mensae diique hospitales caede qualiscumque principis cruentarentur: melius apud urbem in illa invisa et spoliis civium exstructa domo vel in publico patraturos quod pro re publica suscepissent. haec in commune, ceterum timore occulto, ne L. Silanus eximia nobilitate disciplinaque C. Cassii, apud quem educatus erat, ad omnem claritudinem sublatus imperium invaderet, prompte daturis, qui a coniuratione integri essent quique miserarentur Neronem tamquam per scelus interfectum. plerique Vestini quoque consulis acre ingenium vitavisse Pisonem crediderunt, ne ad libertatem oreretur, vel delecto imperatore alio sui muneris rem publicam faceret. etenim expers coniurationis erat, quamvis super eo crimine Nero vetus adversum insontem odium expleverit.
I congiurati erano turbati dal timore del tradimento, e accelerarono l’uccisione di Baia, nella villa di Pisone, dalla cui amenità Cesare (Nerone) era stato così colpito, che ci andava spesso, per godervi bagni e conviti, senza scorta, e senza l’assillo dell’ossequio dovuto alla sua carica. Ma Pisone rifiutò, col pretesto dell’impopolarità che gli sarebbe toccata, se gli dei ospitali e la santità della mensa venissero insanguinati dall’uccisione dell’imperatore, chiunque egli fosse. Nell’Urbe, nell’odioso palazzo che si era fatto costruire spogliando i cittadini, o in luogo pubblico, avrebbero compiuto meglio l’impresa. Questo (diceva) in pubblico, ma in realtà temeva che L. Silano, di nobiltà eccelsa, per essere stato educato da G.Cassio (
discendente del G.Cassio, uccisore di Cesare. NdT) si impadronisse del comando, che gli sarebbe stato dato da tutti quelli estranei alla congiura e da quelli che avrebbero commiserato Nerone, in quanto vittima di un crimine. Molti pensarono che Pisone avesse inteso evitare che il console Vestino, uomo di carattere deciso, si battesse per la libertà, o che- eletto un altro al comando- ritenesse lo Stato come il dono del nuovo imperatore. (Vestino) era all’oscuro della congiura, anche se Nerone estinse il proprio antico odio contro di lui innocente, basandosi su quell’accusa.

Ravenna,_sant'apollinare_nuovo,_il_porto_di_classe_(inizio_del_VI_secolo)

Ravenna,_sant’apollinare_nuovo,_il_porto_di_classe_(inizio_del_VI_secolo)

[53] Tandem statuere circensium ludorum die, qui Cereri celebratur, exsequi destinata, quia Caesar rarus egressu domoque aut hortis clausus ad ludicra circi ventitabat promptioresque aditus erant laetitia spectaculi. ordinem insidiis composuerant, ut Lateranus, quasi subsidium rei familiari oraret, deprecabundus et genibus principis accidens prosterneret incautum premeretque, animi validus et corpore ingens; tum iacentem et impeditum tribuni et centuriones et ceterorum ut quisque audentiae habuisset, adcurrerent, trucidarentque, primas sibi partes expostulante Scaevino, qui pugionem templo Salutis [in Etruria] sive, ut alii tradidere, Fortunae Ferentino in oppido detraxerat gestabatque velut magno operi sacrum. interim Piso apud aedem Cereris opperiretur, unde eum praefectus Faenius et ceteri accitum ferrent in castra, comitante Antonia, Claudii Caesaris filia, ad eliciendum vulgi favorem, quod Cl. Plinius memorat. nobis quoquo modo traditum non occultare in animo fuit, quamvis absurdum videretur aut inane[m] ad spem Antoniam nomen et periculum commodavisse, aut Pisonem notum amore uxoris alii matrimonio se obstrinxisse, nisi si cupido dominandi cunctis adfectibus flagrantior est.
Infine decisero di dare esecuzione al piano il primo giorno dei ludi circensi in onore di Cerere. Infatti, Cesare (Nerone) usciva raramente, e restava chiuso nella casa e nei giardini, ma era assiduo ai giochi del circo, e nell’allegro disordine dello spettacolo, era facile avvicinarsi a lui. Avevano deciso che Laterano si gettasse alle ginocchia di Nerone, come per una supplica, per implorare aiuto alle proprie famigliari ristrettezze; che lo gettasse a terra di sorpresa, tenendolo fermo, poiché egli era intrepido e aitante. Allora i tribuni, i centurioni e tutti gli altri, a seconda del proprio ardire, dovevano piombare su di lui, a terra e immobilizzato, e ucciderlo. Reclamava il primo posto Scevino, che aveva portato via un pugnale dal Tempio della Salute, in Etruria o, secondo altri, della Fortuna in Ferentino, e lo portava seco, come se fosse consacrato a una nobile impresa. Intanto Pisone si sarebbe tenuto pronto nei pressi del Tempio di Cerere. Il prefetto Fenio e gli altri lo avrebbero chiamato di là, per condurlo al campo (dei pretoriani). Li avrebbe accompagnati Antonia, figlia dell’Imperatore Claudio, per risvegliare le simpatie del popolo: così racconta G.Plinio (il Vecchio). Noi non abbiamo voluto tacere questa tradizione, anche ci sembra assurdo che Antonia, per una vana speranza, avesse deciso di arrischiare il proprio nome ,o che Pisone-noto per il proprio affetto verso la moglie- si fosse impegnato in un altro matrimonio. A meno che la smania del dominio sia più forte di tutte le altre passioni.

 Ostia Antica

Ostia Antica

[54] Sed mirum quam inter diversi generis ordines, aetates sexus, dites pauperes taciturnitate omnia cohibita sint, donec proditio coepit e domo Scaevini. qui pridie insidiarum multo sermone cum Antonio Natale, dein regressus domum testamentum obsignavit, promptum vagina pugionem, de quo supra rettuli, vetustate obtusum increpans, asperari saxo et in mucronem ardescere iussit eamque curam liberto Milicho mandavit. simul adfluentius solito convivium initum, servorum carissimi libertate et alii pecunia donati; atque ipse maestus et magnae cogitationis manifestus erat, quamvis laetitiam vagis sermonibus simularet. postremo vulneribus ligamenta quibusque sistitur sanguis par[ar]i iubet [id]que eundem Milichum monet, sive gnarum coniurationis et illuc usque fidum, seu nescium et tunc primum arreptis suspicionibus, ut plerique tradidere. de consequentibus [consentitur]. nam cum secum servilis animus praemia perfidiae reptuavit simulque immensa pecunia et potentia obversabantur, cessit fas et salus patroni et acceptae libertatis memoria. etenim uxoris quoque consilium adsumpserat, muliebre ac deterius: quippe ultro metum intentabat, multosque astitisse libertos ac servos, qui eadem viderint: nihil profuturum unius silientium, at praemia penes unum fore, qui indicio praevenisset.
 Ma c’è meravigliarsi che fra tanti, di diversa nascita e classe sociale, di età e di sesso differente, e ricchi e poveri, tutto sia rimasto segreto, finché il tradimento partì dalla casa di Scevino; il quale, il giorno prima dell’attentato, essendosi lungamente trattenuto a colloquio con Antonio Natale, tornò a casa e firmò il proprio testamento. Poi, sguainato il pugnale a cui avevo accennato, si mise a urlare che il tempo lo aveva arrotondato e ordinò che lo si affilasse sulla faccia, per aguzzarne e farne brillare la punta. Di tale compito incaricò Milico. Al tempo stesso, fu imbandito un banchetto insolitamente ricco. I servi ebbero in dono la libertà; altri, una somma di denaro. Egli stesso appariva cupo e e dominato da una grave preoccupazione, anche se -alternando discorsi stravaganti, simulava allegria. Infine, ordina allo stesso Milico di preparare bende per ferite e tutto quanto occorre a fermare il sangue. Sia che codesto (Milico), pur consapevole della congiura, fosse rimasto fino ad allora fedele, sia che-prima ignaro-avesse colto a volo i primi sospetti, come hanno narrato i più, basandosi su ciò avvenne in seguito. Appena -infatti- quell’anima di servo ebbe valutato i compensi del tradimento, ed ebbe chiara la percezione di tanta ricchezza e potenza, vennero meno sia il senso del dovere, sia la salvezza del padrone, sia il ricordo della libertà ricevuta. Aveva chiesto consiglio anche alla moglie, consiglio di femmino e perciò deteriore. Essa, inoltre, gli insinuava paura, e gli diceva che molti liberti e schiavi avevano visto le stesse cos. Il silenzio di uno solo non gioverebbe a nulla, mentre i compensi sarebbero toccati a quell’uno che avrebbe fatto la denuncia.

Roma-Fori Imperiali- Busto di Cesare

Roma-Fori Imperiali- Busto di Cesare

[55] Igitur coepta luce Milichus in hortos Servilianos pergit; et cum foribus arceretur, magna et atrocia adferre dictitans deductusque ab ianitoribus ad libertum Neronis Epaphroditum, mox ab eo ad Neronem, urgens periculum, graves coniuratos et cetera, quae audiverat coniectaverat, docet; telum quoque in necem eius paratum ostendit accirique reum iussit. is raptus per milites et defensionem orsus, ferrum, cuius argueretur, olim religione patria cultum et in cubiculo habitum ac fraude liberti subreptum respondit. tabulas testamenti saepius a se et incustodia dierum observatione signatas. pecunias et libertates servis et ante dono datas, sed ideo tunc largius, quia tenui iam re familiari et instantibus creditoribus testamento diffideret. enimvero liberales semper epulas struxisse, [dum ageret] vitam amoenam et duris iudicibus parum probatam. fomenta vulneribus nulla iussu suo, sed quia cetera palam vana obiecisset, adiungere crimen, [cu]ius se pariter indicem et testem faceret. adicit dictis constantiam; incusat ultro intestabilem et consceleratum, tanta vocis ac vultus securitate, ut labaret indicium, nisi Milichum uxor admonuisset Antonium Natalem multa cum Scaevino ac secreta collocutum et esse utrosque C. Pisonis intimos.
Alle prime luci, dunque, Milico va ai giardini Serviliani
(dove si trovava Nerone; NdT) . Poiché non vogliono farlo entrare, dice e giura di avere notizie gravi e tremende. Accompagnato dai custodi, al liberto di Nerone, Epafrodito, e poi da questi a Nerone, rivela il pericolo incombente, l’importanza dei congiurati e tutto ciò che aveva udito, o congetturato. Esibisce anche l’arma preparata per ucciderlo, e chiede che venga chiamato l’accusato (Scevino, NdT) . Questi, lì trascinato dai soldati, comincia a difendersi dicendo che quell’arma, per cui era accusato, conservata per devozione verso il padre, e tenuta in camera da letto, era stata rubata dal liberto; che aveva vergato più di un testamento, senza far attenzione al calendario (Festa di Cerere, NdT). Anche in precedenza aveva dato libertà e regalato denaro ai servi: ma più lautamente in passato, in quanto, con il patrimonio assottigliato, e con i creditori incombenti, temeva che il testamento non fosse eseguito. Del resto, aveva condotta sempre una vita allegra, disapprovata da giudizi austeri. Non aveva mai ordinato medicamenti per ferite: il denunziante, le cui accuse previe si erano dimostrate infondate, aveva aggiunto l’ultima, di cui era fonte e testimone. Ai detti aggiunse forza d’animo, e accusa Milico di abominio e scelleratezza. Usa una voce e un contegno così fermi che l’accusa pareva vacillare, se la di lui moglie non avesse ricordato a Scevino che Antonio Natale aveva avuto un lungo colloquio segreto con Scevino, e che entrambi erano intimi di Pisone.           

Busto di Tacito

Busto di Tacito

                                                                                       Fine Sesta Parte                                                                                                                

Giulia Livilla Figlia di Germanico

Giulia Livilla Figlia di Germanico

Continua

 

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