Circe & Ulisse (1)

 

Circe e Ulisse

(Prima Parte)

Odissea, Canto X
(Traduzione di Ettore Romagnoli)

  Circe & Ulisse non avrebbero potuto/dovuto incontrarsi. Infatti, Ulisse e i suoi compagni di peregrinazioni avevano già avvistato Itaca, dopo lunghe e penose peregrinazioni. Sembrava che, finalmente, Ulisse fosse riuscito ad arrivare a destinazione,a completare il ritorno (νόστος) grazie all’otre dei venti, donatogli dal dio Eolo. L’otre era stato concesso alla custodia esclusiva di Ulisse, e quindi non doveva essere toccato/aperto da altri. Ulisse addormentato, i suoi compagni disubbedendo, lo aprono, e scatenano una terribile tempesta, con naufragio, e ritorno in mare aperto. Sfuma-per adesso- il sogno dell’approdo ad Itaca, per l’insubordinazione della ciurma. Ulisse torna a Eolia, per chiedere a Eolo consiglio e aiuto. Eolo, furibondo per la negligenza dell’eroe, lo maledice, e lo caccia senza mercé.

 

Itaca, Zante, Cefalonia, in una stampa di Simone Pomaroli (1820)

Itaca, Zante, Cefalonia, in una stampa di Simone Pomaroli (1820)

 

Ecco, ed all’isola Eolia giungemmo. Qui aveva soggiorno

Eolo, figlio d’Ippòta, diletto ai Signori d’Olimpo.

Vagante era quell’isola. Attorno un gran muro di bronzo

la circondava, infrangibile, e lisce muraglie di pietra.

Dodici figli con lui vivevano dentro la reggia,

sei giovinette, e sei figli nel primo vigore degli anni.

Esso le figlie aveva concesse in ispose ai figliuoli;

e tutti accanto al padre diletto e a la nobile madre

passano il tempo in conviti. Vivande hanno pronte li sempre,

a mille a mille; e il giorno vapora la casa di fumi,

suona di canti: la notte, vicino alle spose pudiche,

dormono sopra tappeti, su letti tagliati a traforo.

Dunque, alla loro città giungemmo, a la bella dimora.

Ei m’ospitò per un mese, mi chiese notizie di tutto:

Ilio, le navi Argive, com’eran tornati gli Achei;

ed io, punto per punto, risposi a ciascuna domanda.

E quando poi gli chiesi congedo, che andar mi lasciasse,

non vi s’oppose in nulla, ma cura si die’ del viaggio.

Tolse le cuoia a un bue di nove anni; e, foggiatone un otre,

quivi rinchiuse e legò le furie dei venti mugghiami;

perché Giove l’aveva nomato custode dei venti,

per eccitarli, per farli posare, com’egli volesse.

E li legò nel curvo naviglio, con una cordella

lucida, argentea, ché spiro, pur menomo, fuor non ne uscisse.

Quindi, per me lasciò spirare di Zefiro un soffio

che sospingesse la nave con noi; nè doveva il disegno

compiersi: noi, con la nostra follia, lo facemmo fallire.

Dunque, per nove di, navigammo di notte e di giorno:

nel decimo era già comparsa la terra natale,

e vedevamo i pastori, già prossimi, accendere i fuochi.

Quivi un soave sonno m’invase, ché tanto ero stanco,

poi che al timone sempre seduto ero stato, né ad altri

mai l’affidai dei compagni, per giunger più presto alla patria.

E cominciarono l’uno con l’altro i compagni a cianciare,

a dir ch’oro ed argento recavo nell’otre, e donato

l’aveva Eolo a me, d’Ippòta il munifico figlio.

E si guardavano, e tali discorsi uno all’altro faceva:

«Oh vedi quest’Ulisse, com’è caro a tutti e onorato,

qualunque sia città, qualunque paese ove giunga!

Quante ricchezze porta con sé, dal bottino di Troia!

E invece noi, che abbiamo compiuto lo stesso viaggio,

ce ne dobbiamo a casa tornar con un pugno di mosche.

E adesso Eolo, poi, per dargli una prova d’affetto,

questo po’ po’ di regalo gli ha fatto! — Su, svelti, vediamo

che cosa c’è, quant’argento, quant’oro contiene quell’otre “.

Mediterraneo: le peregrinazioni di Ulisse

Mediterraneo: le peregrinazioni di Ulisse

Questo dicevano; e infine prevalse il malvagio consiglio.

Sciolsero l’otre; e tutti d’un tratto scoppiarono i venti;

e la repente procella, ghermita la nave, nel mare

li trascinò, piangenti, lontan dalla patria. Ed allora

io, dal sopore alfin desto, m’andavo fra me consigliando,

se dalla nave dovessi scagliarmi, e morire nei flutti,

o se patire in silenzio, restare tuttora fra i vivi. ’

E sopportai, restai, mi copersi il capo, e mi giacqui;

e la maligna procella di venti, di nuovo ci trasse

presso all’isola d’Eolo: piangevano intanto i compagni.

Sopra la spiaggia qui scendemmo, attingemmo dell’acqua,

e dalle rapide navi giú tolsero cibi i compagni.

Poi, quando tutti fummo satolli di cibo e bevanda,

presi l’araldo meco, presi anche un dei compagni,

d’Èolo m’avviai verso l’alto palagio; e lo colsi

che banchettando stava vicino alla sposa ed ai figli.

Giunti alla casa, sedemmo, vicino ai pilastri, alla soglia.

Meravigliarono quelli, mi volsero tale dimanda:

«Ulisse, come sei qui? Che male t’han fatto i Celesti?

Con ogni zelo noi provvedemmo che tu ritornassi

alla tua casa, alla patria, dovunque piú caro li fosse».’

Questo mi dissero. Ed io, col cuore in cordoglio, risposi:

«I miei compagni tristi m’han tratto in rovina, ed il sonno,

misero me! Soccorretemi, amici, voi che potete».

Questo io lor dissi, queste melliflue parole a lor volsi.

Quelli restarono muti; rea il padre così mi rispose:

«Súbito parti dall’isola, obbrobrio di tutti i viventi;

ché non è giusto che cura mi dia, che provveda al ritorno

d’un uomo tal, ch’è l’odio di tutti i Beati Celesti.

Lungi di qui! Ché al mio tetto tu giungi pel cruccio dei Numi!»

Disse; e via mi cacciò, che piangevo con gravi lamenti.

Quindi, col cruccio nel cuore, spingemmo più oltre la nave

e si fiaccava la forza degli uomini all’aspro remeggio:

ché per la nostra follia perduta avevamo la guida.

L’uomo medio si ribella all’eroe, ai tempi di Ulisse, come in tutti i tempi. Ci sembra opportuno citare un grande Autore del XX secolo, Ortega y Gasset, che così scriveva nel proprio capolavoro:

“…e, allora, l’uomo medio, seguendo la sua naturale indole, si è chiuso dentro di sé. In tal modo, noi ci troviamo dinanzi ad una massa più forte di quella tradizionale, ermetica per se stessa, incapace di subordinarsi, a nulla e a nessuno, credendosi autosufficiente – insomma: indocile. Continuando le cose come finora, ogni giorno si noterà di più in tutta Europa – e per riflesso in tutto il mondo – che le masse sono incapaci di lasciarsi dirigere in nessun regime. Nelle ore difficili che stanno per scoccare nel nostro continente, è possibile che, improvvisamente angosciate, trovino la buona volontà di accettare, in certe materie particolarmente gravi, la direzione di minoranze superiori…” (Ortega y Gasset:”La ribellione delle masse”).

Fine Prima Parte

 

Il destino marinaro di Ulisse

Il destino marinaro di Ulisse

 

 

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